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Mostra antologica dedicata a Giovanni Campus

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Fondazione Livorno apre al pubblico la mostra antologica Giovanni Campus 1965/2014 che celebra oltre mezzo secolo di attività dell’artista, una delle figure più singolari e autonome nel campo della scultura italiana contemporanea. L’esposizione è accompagnata dalla pubblicazione di un catalogo curato da Marco Meneguzzo e comprende oltre 60 opere allestite in sequenza cronologica dai primi anni Cinquanta al 2014. E’stata realizzata in coproduzione con Fondazione Piaggio. A Livorno sarà visitabile dal 6 dicembre all’8 febbraio, poi si trasferirà a Pontedera nei locali di Fondazione Piaggio, dove proseguirà dal 28 febbraio al 7 aprile 2015. Per il pubblico livornese la mostra sarà aperta sabato 6 e domenica 7 dicembre dalle ore 10,00 alle ore 13 e dalle ore 16 alle ore 19,00, con ingresso gratuito. Dal 9 dicembre sarà possibile visitarla previa prenotazione contattando la Cooperativa Diderot Servizi per la Cultura al numero 373 76.07.467 / 0586 50.13.65 o mediante prenotazione on line www. coopdiderot.it o www.fondazionelivorno.it. Le scuole interessate a visitare la mostra potranno invece contattare la Cooperativa Itinera al numero 0586-894563 o compilare il modulo di adesione scaricabile da www.itinera.info o www.fondazionelivorno.it. Giovanni Campus nasce nel 1929. Negli anni ’60 lascia la nativa Olbia per trasferirsi a Livorno dove condivide i fermenti creativi della città con gli artisti locali e nel 1966 inizia un rapporto tuttora in atto con la Galleria Giraldi. L’artista studia a Genova e nel 1968 si trasferisce a Milano, dove ancora vive e lavora, ma non interrompe mai i suoi legami con Livorno. Alla città ha donato, negli anni ’70, alcune opere che arricchirono l’allora Museo Progressivo di Arte Contemporanea di Villa Maria e altre ancora, nel 2007, in occasione della mostra dei suoi disegni, dedicatagli dall’Amministrazione Comunale, presso i Granai di Villa Mimbelli. Il lavoro di Campus definito “site specific” data dalla metà degli anni Settanta, e le sue “Determinazioni” (tratti di corda che definiscono le rocce della Gallura, trasformando la scogliera in scultura), realizzate dal 1983, costituiscono uno degli esempi più importanti di Land Art italiana, e non solo. La definizione dello spazio, attraverso linee-forza trasformate in barre metalliche o in travi di legno, rappresenta la sua “cifra” stilistica, che si è andata evolvendo continuamente nel corso degli ultimi tre decenni, fino alla commistione tra superficie quasi pittorica e intervento plastico. L’intento etico del suo lavoro viene costantemente confermato dalla ricerca costante di collaborazione collettiva al lavoro, di “costruzione sociale” dell’opera, che trova la sua metafora sostanziale nella domanda esistenziale sulla propria collocazione nella realtà del mondo. Come ha scritto Marco Meneguzzo – che di questa mostra antologica è curatore, e estensore del lungo saggio in catalogo – in una lettera indirizzatagli nel 2009 “Il compito che ti sei dato – o se vuoi, il compito che le tue opere hanno scelto per te, visto il senso di necessità che promana da ciascuna di esse e da tutto l’insieme della tua attività – è quello di percorrere in lungo e in largo questo territorio che tutti credono ormai di conoscere, per continuare a definire quegli interstizi inesplorati che esistono anche nelle città più conosciute: se si pensa che lo spazio sia dato una volta per tutte – e già ci si sbaglia, ma solo nel lungo periodo -, al contrario il senso dello spazio muta continuamente, pur non uscendo mai da quei confini conosciuti. Ecco allora che la geometria diventa qualcosa di più personale, e di tutt’altro che universale: è la geometria che ti appartiene quella che ti interessa, quella che percepisci, addirittura quella che ami. Non a caso in tanti lavori degli anni Ottanta misuravi letteralmente un sasso, una distanza, una fessura, con una corda, quasi a rendere visibile e tangibile l’atto del misurare che andavi compiendo, e che restava nella lunghezza di quella cima, nella fotografia di quella pietra, nella pesantezza del blocco di cemento sgrossato; non a caso, in anni più recenti, le tue forme portano con loro e su di loro certi segni, certe scalfitture che le allontanano dall’idea astratta della forma, per farle calare nel concetto di un forma percorsa dal tempo, scelta dall’artista per una qualche ragione sentimentale, più che razionale”. Le installazioni “in situ”, lo accompagnano in varie parti del paese, dalla Piazzetta nei Palazzo Reale a Milano (1977) alle rocce della Gallura (1983), dalla Galleria d’Arte Moderna di Bologna (1978) al Museo Civico in Progress di Livorno (1979), al parco Comunale di Carbonia (2009).

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