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Il Senso del Ridicolo 2019 in 5 parole

Tutto quello che abbiamo amato della quarta edizione del Festival dell’Umorismo

Il Senso del ridicolo 2019 in 5 parole

La quarta edizione del Senso del Ridicolo è terminata. Non possiamo che riconfermare il successo di questo evento unico in Italia, che trova in Livorno e nei livornesi, una sponda fertile su cui crescere rigoglioso. È superfluo dire che ognuno dei 22 protagonisti ha lasciato un solco prezioso in questa esplorazione nei territori del comico.

Tuttavia, prima che le ultime Instagram stories taggate #sensodelridicolo19 scompaiano, prima che il sole sbiadisca i manifesti giallo banana e il libeccio disperda l’eco di applausi e risate che ancora aleggia in Venezia, vogliamo sintetizzare e ricordare la quarta edizione del Senso del Ridicolo attraverso 5 parole.

1. ABBRACCIO

Non potremmo chiamarlo diversamente, quello che hanno dato i livornesi a questa manifestazione. Quasi tutti gli eventi in programma hanno registrato il tutto esaurito. Il Teatro Goldoni sabato sera ha sfiorato le 900 presenze e ogni spettacolo è stato seguito con grande entusiasmo da un pubblico trasversale.

Spettatori in coda – Il Senso del Ridicolo 2019 – foto di Jobdv/Studio

Un abbraccio forse è quello che non unirà mai abbastanza uomini e donne, almeno secondo quanto affermato dallo psicanalista Massimo Recalcati nella sua lectio magistralis di apertura del Festival. Ma anche raccontato dall’umorismo misogino di Achille Campanile, splendidamente interpretato da Anna Bonaiuto.

Uomo e donna per loro natura sono destinati a non incontrarsi mai, come Achille e la tartaruga nel paradosso di Zenone. Neanche a livello fonetico, se ricordate i “quesiti da porci”. L’uno alla ricerca seriale del “pezzo”, l’altra ossessionata al contrario dall’essere considerata unica e irripetibile. E non c’è manuale di galateo che riesca ad avvicinare questi due mondi. Anzi più si codificano regole, più il sogno di vederli avvicinare questi mondi va a sfumare nel ridicolo, ed è destinato a finire in una delle esilaranti collezioni gelosamente custodite dalla giornalista Irene Soave e l’attrice Maria Cassi. Eppure siamo convinti che le parole, seriamente ironiche, del dottor Recalcati abbiano giovato a più di una coppia presente in sala venerdì scorso.

Massimo Recalcati – “Il desiderio ci prende in giro? Sulle vicissitudini tragicomiche del desiderio umano” – foto Jobdv/Studio

Di abbraccio, fisico, viscerale, appassionato, ha parlato anche Paolo Virzì riferendosi a quello che unisce Livorno al suo “famous local singerBobo Rondelli. Presente insieme al regista e alla giornalista Eva Giovannini nell’incontro dedicato ai “Maledetti livornesi”.

2. PANCIA

Fra le altre cose, Bobo Rondelli, è un esempio vivente di un’altra grande caratteristica attribuita ai livornesi, la schiettezza, la reazione immediata, senza filtri, quella che solitamente chiamiamo “di pancia”. Questo almeno stando ai racconti del cantautore labronico. Scelte di pancia che spesso lo hanno portato a perdere treni, senza pentimenti.

Eva Giovannini, Paolo Virzì, Bobo Rondelli – “Maledetti livornesi” – foto Jobdv/Studio

Che poi gli errori spesso, si sa, aprono mondi. Come quello, raccontatoci da Chiara Alessi, che si è aperto all’ingegnere a cui fu chiesto di progettare una colla ultra resistente per scopi aerospaziali e che, al contrario, diede vita a quella colla così debole da riuscire ad attaccare solo un pezzetto di carta. Quella colla che diede vita al post-it, un prodotto fra i più usati al mondo, anche in un’epoca iper digitale come la nostra.

La pancia è stata protagonista di molti incontri, anche e non solo dell’intervista a Bruno Gambarotta, il primo a parlare di cibo in maniera ironica nei libri e in tv. Del resto la pancia è la sede che accoglie cibo e riso. Ed esattamente come il cibo, il riso è qualcosa che viene molto meglio se è condiviso. Questo lo abbiamo sperimentato in tutti gli eventi del Festival.

Bruno Gambarotta – “Bruno Brunch” – foto Jobdv/Studio

3. GIOCO

Al ridicolo si accosta spesso e volentieri il tema del gioco. E infatti, giochi sono le barzellette, in cui la regola vuole, racconta Ascanio Celestini, che chi ascolta rida, anche se la storia non fa poi così ridere.

In gioco si mette l’autore comico, “capitalizzando” il proprio dolore, restituendo al mondo la propria visione del mondo, anche, soprattutto, quello che non capisce, che lo ferisce, a cui non riesce a dare altra spiegazione razionale. Come ci racconta Stefano Andreoli cercando di tratteggiare insieme a Marco Ardemagni, Stefano Bartezzaghi e Sara Chiappori, l’identikit dell’autore comico.

Ascanio Celestini, Stefano Bartezzaghi – “Storielle-telling” – foto Jobdv/Studio

In gioco si sono messi gli studenti della XVI Settimana dei Beni Culturali che sabato mattina hanno presentato il lavoro di un intero anno scolastico sul tema dell’umorismo, racchiuso in un video. Il punto di arrivo di una didattica multidisciplinare e multimediale, capace di coinvolgere tutti gli studenti e di riportare la scuola al centro dei quartieri. Un gioco che gli ha insegnato anche a prendersi in giro, in una fase, quella adolescenziale, in cui la chiave ironica è forse la migliore contro paure e debolezze.

E, infine, a un altro gioco, intimo, antico come il mondo, ha fatto riferimento Silvio Orlando, quando ha parlato della meravigliosa sensazione che ha provato la prima volta che ha sentito ridere il suo pubblico, recitando la battuta “Al polo nord i ghiacci si stanno sciogliendo”. A questo proposito, dopo aver giocato tutta la sera, Silvio ci ha regalato l’immagine di un angelo che gira fra il pubblico facendogli il solletico. Il gioco dei giochi, quello conviviale per eccellenza perché impossibile da fare soli.

Silvio Orlando – “Silvio, rimembri ancora” – foto Jobdv/Studio

4. BAGAGLIO

Dalla deliziosa valigia vintage carica di manuali e perle del galateo di Maria Cassi al bagaglio culturale, che contestualizza e riempie di significato la comicità di ogni tempo e luogo, sancendo come un giudice inflessibile cosa fa ridere e cosa no, cos’è moda e cos’è ridicola stravaganza, direbbe Sofia Gnoli.

La valigia di Maria Cassi in “Belle figure e rare figurine” – Il Senso del Ridicolo 2019 – foto Jobdv/Studio

Il bagaglio ci è sembrata la parola giusta per connotare questa edizione in cui, tra l’altro, sarebbe stato comodo avere un bagaglio bello capiente, magari anche con le ruote, per attingere senza freni alla selezione di libri in vendita al piano terra dei Bottini dell’Olio e ai gadget del Senso del Ridicolo di “Made in Livorno”.

La libreria del Festival dell’Umorismo – Bottini dell’Olio – Il Senso del Ridicolo 2019 – foto Jobdv/Studio

5. LIVORNITUDINE

“Livornitudine” al posto di “livornesità”, ecco una parola migliore, suggerita da Paolo Virzì, per racchiudere quell’insieme di tratti tipici del carattere labronico, sferzante come il mare in piena, caloroso come il sole a picco sui bagni d’estate, malinconico, maledetto e insieme comico e gioviale.

Paolo Virzì, Bobo Rondelli – Il Senso del Ridicolo 2019 – foto Jobdv/Studio

Un carattere che forse risulta più nitido quando a tratteggiarlo viene qualcuno da fuori come durante il Senso dell’Umorismo, come il fotografo Tatge nella mostra “Luci di Livorno”, come Matteo Caccia con le sue storie di livornesi e non. Ma non fai in tempo a tratteggiarlo che lui si dissolve, beffandosi di chi vuole costringerlo in un solco obbligato.

La livornitudine è così, instabile, contraddittoria, scappa e poi improvvisamente la riacchiappi in qualche frase, come quella, fra scherzo e istituzione a chiusura di questa edizione del Festival dell’Umorismo in cui si confida: “hai presente il palazzo blu? Ecco, ni s’è dato una bella mano d’amaranto”.

Simone Lenzi, Matteo Caccia – “E non dite che non sono di Livorno” – foto Jobdv/Studio

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