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Gli italiani e il Risparmio

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I risultati dell’indagine realizzata dall’Acri (Associazione di Fondazioni di origine bancaria e di Casse di Risparmio Spa) insieme a Ipsos in occasione della 89ª Giornata Mondiale del Risparmio

Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, è stata celebrata oggi a Roma l’89ª Giornata Mondiale del Risparmio, da sempre organizzata dall’Acri, l’Associazione che rappresenta collettivamente le Fondazioni di origine bancaria e le Casse di Risparmio Spa. Sono intervenuti il Presidente dell’Acri Giuseppe Guzzetti, il Presidente dell’Abi Antonio Patuelli, il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Fabrizio Saccomanni. Come ogni anno, in occasione della manifestazione l’Acri presenta i risultati dell’indagine sugli Italiani e il Risparmio, che da tredici anni realizza insieme ad Ipsos. I risultati sono suddivisi in due macroaree: la prima, comune a tutte le rilevazioni (dal 2001 al 2013), che consente di delineare quali siano oggi l’atteggiamento e la propensione degli Italiani verso il risparmio, evidenziando i cambiamenti rispetto al passato; la seconda focalizzata sul tema specifico della Giornata, che quest’anno è “Risparmio volano della ripresa produttiva”.
I risultati dell’indagine
I morsi della crisi continuano a farsi sentire e gli Italiani non pensano che la situazione possa cambiare in breve tempo: poco meno di 3 italiani su 4 ritengono che per tornare ai livelli pre-crisi ci vogliano almeno 3-4 anni. Le difficoltà hanno portato verso nuovi equilibri sul fronte dei consumi – si riducono gli acquisti d’impulso, si contraggono le scorte, le spese voluttuarie si concentrano in pochi momenti dell’anno – e negli Italiani si è ulteriormente rafforzata la consapevolezza dell’importanza del risparmio, guardato sempre più come uno strumento funzionale allo sviluppo dell’economia reale piuttosto che alla finanza. Rispetto al 2009 – anno in cui la crisi si è pienamente conclamata – si sono infatti più che dimezzati coloro che associano il risparmio all’economia finanziaria, passando dal 29% di allora al 14% di oggi, e allo stesso tempo quelli che associano il risparmio all’economia reale sono cresciuti dal 60% all’82%.

Il 61% degli Italiani ritiene che il risparmio sia fondamentale per dare la possibilità alle imprese di assumere (nel 2011 lo riteneva fondamentale solo il 36%), il 46% lo reputa fondamentale per dare alle imprese la possibilità di investire in ricerca e innovazione (nel 2011 era il 33%), il 42% per finanziare le imprese in generale (nel 2011 era il 24%). Quindi, nell’opinione degli Italiani, il settore bancario e finanziario deve svolgere primariamente il ruolo di intermediario tra risparmio dei cittadini e finanziamento delle imprese italiane, specie quelle che si ingrandiscono e perciò assumono lavoratori o che investono in innovazione e ricerca, secondariamente delle famiglie italiane, anche se la possibilità per le famiglie di far ricorso ai prestiti bancari, soprattutto nelle emergenze e imprevisti, risulta fondamentale per il 35% degli Italiani e importante per un altro 54%.

Negli anni è cresciuta fortemente la richiesta degli Italiani che il proprio risparmio sia impiegato nello sviluppo del Paese: lo vuole il 41% contro il 28% del 2009; il 29% desidera si concentri sul territorio (in calo rispetto al 31% del 2009). Rimane basso l’interesse a un investimento in Europa (l’8% rispetto al 7% del 2009), mentre crolla l’interesse a un impiego nei paesi più svantaggiati (dal 23% del 2009 al 10% attuale).
Il 90% degli Italiani ritiene che nella crisi il risparmio delle famiglie sia stato un fondamentale ammortizzatore sociale, sia a livello di sistema che nell’ambito dei singoli nuclei famigliari. Il 53% pensa che le famiglie risparmino ancora poco (il 31% poco e il 22% persino troppo poco), mentre solo il 34% ritiene che risparmino il giusto; il 10% che risparmino tanto o troppo.

Il 45% degli Italiani non vive tranquillo se non mette da parte dei risparmi e il 43% risparmia solo se questo non comporta troppe rinunce: dati questi abbastanza in linea con lo scorso anno. L’elemento più importante che emerge dalla rilevazione 2013 è invece che, sia pur di poco, cresce la percentuale di Italiani che negli ultimi dodici mesi sono riusciti a risparmiare (passando dal 28% del 2012 al 29%), mentre scendono le famiglie in saldo negativo, dal 31% al 30%. Ed anche la diminuzione delle famiglie in saldo negativo, seppur minima, segna un’inversione di tendenza dal 2010. Costanti al 40% sono le famiglie che consumano tutto quello che guadagnano, senza risparmiare ma al contempo senza intaccare i risparmi accumulati o ricorrendo a prestiti. La fiducia nella propria capacità di risparmio per il futuro, però, è in calo sicché, combinando capacità attuale di risparmio e prospettive future, si ottengono sei gruppi di famiglie tipo, da cui emerge che quelle che si sentono in crisi di risparmio sono in lieve aumento: sono il 43% contro il 42% del 2012 e il 37% del 2011.

Questo dato è compatibile con il fatto che le famiglie colpite direttamente dalla crisi, ossia nei percettori di reddito del nucleo familiare, sono il 30%, con un incremento di 4 punti percentuali rispetto al 2012 (erano il 26%). Sono il 26%, percentuale uguale a quella del 2012, le famiglie che segnalano un serio peggioramento del proprio tenore di vita (erano il 21% nel 2011 e il 18% nel 2010), mentre quasi la metà degli intervistati (il 47%, erano il 46% nel 2012) dichiara di avere difficoltà a mantenere il proprio tenore di vita. Il 25% (come nel 2012) pensa di poterlo mantenere con facilità e solo il 2%, cioè 1 italiano su 50, dichiara di aver sperimentato un miglioramento del proprio tenore di vita nel corso degli ultimi dodici mesi: nel 2010 erano il 6%, nel 2011 il 5%, nel 2012 il 3%. A fronte di oltre 40 milioni di Italiani che registrano un peggioramento della propria situazione economica, circa 1 milione di Italiani sta meglio di prima. Tra coloro che si sono trovati in maggiore difficoltà rispetto al passato quest’anno ci sono i lavoratori direttivi (dirigenti, manager, professionisti e imprenditori): il 24% di essi ha subito un peggioramento (era il 20% nel 2012). Sempre molto difficile è la situazione dei disoccupati e in peggioramento quella dei pensionati (ha sperimentato difficoltà o peggioramenti il 68% di loro, contro il 65% del 2012).

Solo in pochi indirizzano il risparmio verso forme di previdenza complementare: vi è iscritto solo il 24% dei lavoratori ancora attivi, anche se ben il 79% di loro pensa che la riforma delle pensioni abbia aumentato il bisogno di aderire a un fondo pensione.

Sul campione dell’intera popolazione italiana adulta la quota di Italiani che dichiarano di aver sottoscritto assicurazioni sulla vita/fondi pensione è del 19% ed è costante rispetto al 2012 come quella dei possessori di certificati di deposito e obbligazioni (10%); salgono lievemente i possessori di fondi comuni di investimento (12%), crescono ancora i possessori di libretti risparmio (23%), risultano in discesa i possessori di azioni (dall’8% al 7%) e di titoli di Stato (dal 9% al 7%) dopo il ridimensionamento dei rendimenti. Stabilmente elevata è la preferenza degli Italiani per la liquidità: riguarda 2 italiani su 3; inoltre chi investe lo fa solo con una parte minore dei propri risparmi.

Se anziché di investimenti effettuati si parla di investimento ideale, colpisce come continui il crollo della preferenza degli Italiani per il ‘mattone’. Se nel 2006 la percentuale che vedeva nel mattone l’investimento ideale era il 70% e nel 2010 il 54%, nel 2011 è scesa al 43%, nel 2012 al 35% fino all’attuale 29%: il dato di gran lunga più basso dal 2001. La preferenza per gli immobili scende ovunque nella penisola, ma è nel Sud e Isole che registra il calo più marcato, dal 37% al 28%. Aumenta il numero – raggiungendo il nuovo massimo storico del 34% – di coloro che reputano questo il momento di investire negli strumenti ritenuti più sicuri (risparmio postale, obbligazioni e titoli di Stato), soprattutto nel Nord Ovest. Nel Nord Est, invece, aumenta la percentuale di cittadini attratti da strumenti finanziari più a rischio, passando dal 4% all’8%: una percentuale che nel Nord Ovest raggiunge il 40% tra coloro che sono riusciti effettivamente a risparmiare. Il numero complessivo degli amanti dei prodotti più a rischio a livello Paese rimane, però, sempre intorno al 5%. Continua a crescere il numero di coloro che ritengono sbagliato investire in una qualsiasi forma (il 18% nel 2010, il 23% nel 2011, il 28% nel 2012, il 32% nel 2013): ormai quasi un terzo degli Italiani.

L’indagine mostra che continua a crescere la fiducia sulle prospettive future dell’economia europea, con i fiduciosi attestati al 37% e i pessimisti al 23%, e nell’economia mondiale; mentre diminuisce quella nel Paese: meno di 1 italiano su 4 è fiducioso sul futuro dell’Italia (24%), 1 su 2 è sfiduciato (47%), il 24% ritiene che la situazione rimarrà inalterata, il 5% non sa cosa pensare. Gli sfiduciati sopravanzano quindi di 23 punti percentuali i fiduciosi; lo scorso anno, invece, la distanza era minima (5 punti percentuali). Riguardo alla fiducia nella propria situazione personale è da registrare il crollo fra i giovani (18-30 anni): fra questi gli ottimisti sono scesi in un anno dal 24% al 4%. Nel complesso, il pessimismo è superiore al 2012, ma risulta assai inferiore a quello del 2011 (ove i pessimisti sopravanzavano gli ottimisti di 14 punti percentuali).

Gli Italiani ritengono che gli elementi cardine per una nazione che voglia progredire siano primariamente il senso civico e il rispetto delle regole da parte di cittadini, istituzioni e imprese (per il 67% è fondamentale), la scuola, l’università e la ricerca scientifica (fondamentali per il 66%), ma anche un sistema giuridico efficace con leggi chiare (fondamentale per il 60%), manager e imprenditori capaci (45%), una classe politica con una visione strategica (43%), un sistema bancario efficiente (42%), il risparmio (fondamentale per il 25%, assai importante per il 56%).

Per quanto riguarda la fiducia nell’Unione Europea i fiduciosi (54%) prevalgono ancora, ma sono in costante calo, persino presso i lavoratori direttivi, solitamente i più europeisti (i fiduciosi sono il 48% rispetto al 56% del 2012). Anche riguardo all’Euro diminuisce il numero di coloro che sono convinti che essere ancora nella moneta unica tra 20 anni sarebbe un vantaggio: scendono dal 57% al 47%; crescono invece dal 28% al 39% coloro che pensano sarebbe uno svantaggio.

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